Mamma esco, più individuato ed emancipato di quanto lo sia stato uscendo dal tuo grembo.
E mi trovi al solito bar, sul solito drink, ma non si ripete – non è un film -, ed ho smesso di cercare in questo sostentamento come nei primi mesi l’allattamento.
Ed è su quel bancone, su quel drink, che mi bevo il momento del memento, del tipo, ricordi quei giorni lì?
Giorni di pioggia, in quattro sotto una coperta:
il babbo ha braccia forti, sì, ma si cercavan le tue perché le tue davan sicurezza: l’affetto di una carezza, l’illusione di una fortezza, come i giochi dei bambini propri degli infanti,
che a quell’età o vieni protetto, o rischi di vedere tutti puri, casti e bianchi.
Ma ai dieci i primi contatti e ritratti con un mondo confuso che mi confondo come Adamo dopo Eva, la mela, che guardando l’Eden capì di non aver ritorno.
Da quel momento crescendo posi al mondo domande cercando risposte, ma quelle che ricevevo, ora come allora
mi lasciavano più dubbi e perplessità delle domande da me poste.
E ai quindici i primi scazzi, gli amici, le jam, il liceo, le ragazze e i dovuti sollazzi ed io che non ti ascoltavo
in adolescenza la tua voce era la zanzara per l’ignavo.
Ma con parvenza di maturità colpii la maturità
e tra più drink e più bar, l’università:
ma da dottore a professore basta poco,
è il gioco dell’adulto e il compromesso dell’età.
Poi lei, la fuga e la follia dell’abbandono,
io da solo con un bimbo: avrei potuto ascoltare il tuo consiglio,
ma a farlo non avrei goduto del sorriso di mio figlio.
E la gioia, benché ruga, è un naviglio
in cerca del bagnasciuga, un porto per giaciglio.
Un’emozione muta che snuda e riempie,
come la carezza che per l’anima è ripostiglio.
Poi pago vagavo sull’esistenza,
ma ad una certa ti chiamavo
e tu non rispondevi: come da bimbo
che non venivo al grido dalla finestra,
ma la rabbia finiva lì perché dopo tu ridevi.
E i sollievi della promessa, il bacio, l’anello e il non stare senza,
cosa che incanta, ma passati gli ottanta le parlo in sogno,
dormo con un ricordo dopo la di lei partenza.
E ora vivo giorni così,
giorni di pioggia, io solo sotto una coperta.
Mio figlio ha braccia forti, sì,
ma nonostante ciò ai suoi riesce a dare un senso di sicurezza,
l’affetto di una carezza,
l’illusione di una fortezza,
come i giochi dei bambini propri degli infanti,
che a quell’età o li proteggi
o rischian di vedere tutti puri, casti e bianchi.
Mamma torno,
più individuato ed emancipato,
con l’esperienza sulle spalle
e il fiato più corto.
M’alzo dal bar e di quel solito drink mi è rimasto l’ultimo sorso.
Arriva per tutti il carro d’Apollo,
giungo e mi ricongiungo sul Sole come atollo
e chi mi è stato intorno senza alternativa alcuna:
perché la vita è come la madre, ce n’è sempre una.
Rigo, pseudonimo di Mattia Righi, nasce e cresce a Cesena, in Emilia Romagna, dove il linguaggio dell'hip-hop lo intercetta presto, prima come forma di partecipazione — jam, freestyle, ritrovi — poi come linguaggio personale per osservare e scrivere il mondo. L'incontro con il producer Telle lo porta a conoscere il suono ruvido dei sample, un terreno che gli permette di misurarsi con l'origine della cultura rap e, contemporaneamente, di testarne aperture inattese. Negli anni universitari matura un approccio ibrido: il verso diventa più narrativo, la struttura si avvicina all'essenzialità del cantautorato, l'hip-hop resta colonna portante ma dialoga con la scuola italiana del secondo Novecento, da cui Rigo assorbe attenzione per la parola, per il sottinteso, per l'intonazione morale del racconto. Gli studi teatrali, e l'influenza dichiarata di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, lo portano nel 2017 a firmare le musiche per diverse produzioni di teatro-canzone. Nel 2020 decide di imprimere un ritmo costante alle uscite discografiche: arrivano singoli, fino al primo album breve "Esco, vago, torno", cui seguono ulteriori pubblicazioni. Nel 2025 affianca alla scrittura musicale la narrativa, con il racconto "Balera", incluso nella raccolta "I segreti dell'Emilia-Romagna". Rigo scrive come si annota a margine di un quaderno: senza didascalie, con un senso della misura che preferisce mostrare invece di dichiarare, e con la convinzione che la musica sia un modo per fare ordine nel caos, non per arredarlo.
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Die Musik ist eine universelle Sprache, die Menschen auf der ganzen Welt miteinander verbindet. Sie kann nicht nur unsere Gefühle ansprechen und inspirieren
Musik hat seit jeher die Fähigkeit, Menschen zu vereinen und Botschaften der Hoffnung und des Friedens zu verbreiten.
Konzerte sind schon immer eine beliebte Form der Unterhaltung für Menschen auf der ganzen Welt gewesen.
Deutschland hat im Laufe der Jahre viele großartige Musikgruppen hervorgebracht, die auf der ganzen Welt bekannt geworden sind.
Eine Gitarre zu stimmen, kann für Anfänger eine Herausforderung darstellen, aber es ist ein wichtiger Schritt, um sicherzustellen, dass Ihr Instrument gut klingt.